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Claudio Cicali – Web Developer and Solution Architect

Rant

Ultimi miei 3 articoli su Edit di HTML.it

La festa del tartufo a San Miniato

Questo post vuol essere contemporaneamente tre cose: un documento di denuncia, un atto d’amore e uno spot pubblicitario. Il prossimo fine settimana (quello del 13/14 novembre 2010) e per i due fine settimana successivi, si terrà a San Miniato (Pisa) la quarantesima edizione della Mostra Mercato del Tartufo (no WP link, sorry). San Miniato è la città dove sono cresciuto e, inutile dirlo, mi sta a cuore e la amo – come sa bene chi mi frequenta. San Miniato (mappa Google) – detta anche la città delle venti miglia per la sua quasi equidistanza, nel centro della Toscana, da Pisa, Firenze, Lucca, Pistoia e il senese – è un territorio ricco di colline e di campagne fiorenti ma come se non bastasse la natura ne ha fatto anche il ricettacolo per uno dei suoi frutti più preziosi: il tartufo bianco. Questa ricchezza ha sempre messo la città in antagonismo con Alba per il primato italiano sulla produzione del mitico fungo e da molti anni si tiene questa mostra/mercato/sagra per celebrarlo.

La sagra non è solo un’occasione rara per vedere da vicino, assaggiare e magari (beati voi) comprare il tartufo, ma ci dà anche l’occasione per incontrare le cose più preziose (e gustose) offerte dalla toscana in autunno: parlo dell’olio nuovo, dei formaggi, dei salumi e del vino giovane. Da pochi anni, poi, nel periodo della festa si uniscono nel paese anche altre realtà gastronomiche da altre regioni italiane, fenomeno che trasforma per qualche settimana San Miniato in una vera e propria cittadella del gusto. Inutile dire che i buoni ristoranti della zona fanno poi a gara per vendere l’offerta migliore in fatto di prelibatezze locali.

San Miniato si trova in cima ad una collina e durante la festa il traffico è ovviamente bloccato in valle. Il comune offre un servizio di navetta gratuita.

Quello che mi brucia e mi fa arrabbiare è che di tutto questo in rete non si trova niente. Nulla. Un articoletto come questo non lo troverete… troverete magari, conoscendo già la festa e la città, qualcosa di vecchio o stantio (i primi hit sui motori di ricerca rigurdano la festa dell’anno scorso) e, se vi va veramente bene, riuscirete persino a sapere quali siano le date esatte. Una vergogna assoluta, non scusabile. Certo questo post non cambierà niente, ma se soltanto riuscisse a scavalcare anche di una sola posizione una di quelle odiose e terribile paginazze fatte con Word con dentro soltanto il link “Entra” e nessuna informazione (né tantomeno un indirizzo email), beh, allora potrò capire di aver fatto una cosa per la mia adorata città.

Se volete sapere qualcosa di più, ovviamente, non esitate a scrivermi: inutile cercare altrove altri indirizzi di posta elettronica :(

Esiste il gruppo Facebook della manifestazione.

Altra segnalazione su GoNews.


Dichiaro definitivamente morto il Web 2.0

Courtesy of ycc2106

Qualcuno lo doveva pur fare, e me ne assumo io l’incarico e la responsabilità: da settembre parlare di web 2.0 sarà da considerarsi fuori moda o, addirittura, proprio sbagliato. Dichiariamo una buona volta la fine del periodo “2.0″ e guardiamo avanti.

Il web 2.0 ha determinato un periodo che, semplificando, potremmo fare iniziare dalla fine del 2003, inizio 2004. Inizio del “web sociale”, i primi social network, le folksonomie, la presa di coscienza del significato di ”contenuto generato dagli utenti” (che di per sé è stata la vera “killer application” di questo movimento), gli strumenti fighissimi come Ajax (battezzato ”ufficialmente” un pochino più tardi), Flickr, Gmail, gli effetti specchio, i bottoni e le scritte grandi e plasticose – eccetera.

Ma soprattutto il web 2.0 ha significato una cosa ben precisa: cambiamento, sviluppo, novità.

Tuttora rimane e rimarrà il detto “non sei 2.0″, “la tua azienda non è 2.0″ e via dileggiando, proprio per dire che sei vecchio, che non ti adegui al cambiamento, che usi paradigmi e fraseggio della (very) old economy. Che sei un web matusa.

Ma adesso il cambiamento c’è stato, il cambiamento si deve sedimentare. Il web 2.0 è stata una seconda, grossa adolescenza brufolosa, fatta di esperimenti (quante idee e quanti siti che sono nati e poi dimenticati alla velocità di un doppio click), tentativi di business senza speranze, acquisizioni un po’ alla cieca…, sempre con il fantasma della bolla 2.0 ad esalare fetenti miasmi dietro le spalle dei potenziali investitori.

Errori più o meno grossi che però alla fine hanno fatto il loro mestiere e la faccenda si è un po’ assestata.

Non voglio dire che tutti i giochi siano fatti, ci mancherebbe. Però i trend adesso sono definiti piuttosto bene… chi vuol fare business con il web adesso ha (deve avere!) le idee un po’ più chiare… gli esperti di comunicazione sono più sgamati, conoscono meglio le dinamiche della diffusione dei contenuti a medio o breve termine, i tecnici hanno una pletora di esempi da cui attingere per la progettazione di soluzioni più o meno complesse, senza contare la maturità raggiunta da tanti strumenti che sono diventanti punti di riferimento e non più esperimenti speriamo-che-me-la-cavo per giovani entusiasti (vari framework, librerie, etc.).

Ci sono entità che sono diventate (definitivamente?) dei pilastri ingombranti del web, nel bene o nel male, che piaccia o meno (parlo ovviamente di Facebook e di Twitter); qualsiasi nuova idea, qualsiasi nuova ipotesi, deve farci i conti. I progetti “one man” – un portatile, tanta passione e un po’ di fortuna – non hanno assolutamente più le stesse chance di successo che avevano nel 2005. Forse potranno riaverle, queste chance, ma solo dopo o durante un altro cambio epocale di strumenti (ne parlo nell’ultimo paragrafo).

Non abbiamo più bisogno di scrivere gli importi in LIRE, e dunque non abbiamo più bisogno di scrivere “2.0″ da qualche parte, per far capire cosa intendiamo. Il “web 2.0″ è il web che abbiamo adesso, e non è più “cambiamento”; è qui così, e ci rimarrà per tanto tempo.

Le grosse novità all’orizzonte sono, al momento, squisitamente tecniche (e secondo me gli Web Socket saranno lo strumento che, una volta supportato pienamente, potrà creare davvero un altro movimento “web X”), mentre per quanto riguarda media, business e advertising la sfida è (ripeto: al momento) solo di carattere “adattivo”, per resistere all’onda lunga del web 2.0 e magari diventare sostenibilmente profittevoli.


La gomma, l’indaco, gli specchi e la pirateria digitale

L’albero della gomma è originario del sudamerica. Per mantenere il monopolio della produzione di tale prezioso elemento fino alla seconda metà del XIX secolo l’esportazione dei semi di tale albero era assolutamente vietata e ferocemente punita. Poi, nel 1876 un tizio – tale lord De Wickam – riuscì a rubare delle piantine dall’amazzonia e piantarle in Malesia e Ceylon (in europa tale pianta non riesce a crescere). Il mercato della gomma non sarebbe più stato lo stesso (almeno fino alla  creazione della gomma sintetica, intorno al 1915). I vari latifondisti brasiliani, sfruttutatori dei popoli indigeni, piansero lacrime amare sulla montagna di soldi e posti di lavoro perduti.

Il colore indaco veniva prodotto anticamente da una pianta di origine indiana (e da alcune specie di molluschi). L’esportazione di tale pianta era assolutamente osteggiata e  severamente punita (anche dall’inghilterra, di cui l’India era colonia) ma alla fine del XIX secolo un chimico – tale K. Heumann – scoprì il sistema per sintetizzarlo artificialmente e vendette il brevetto alla BASF. Tale scopertà rovinò ovviamente moltissimi produttori indiani.

Verso la fine del XIX secolo, insomma, i paesi che avevano il monopolio dei coloranti, della gomma, delle sostanze medicinali, tratti dalla natura sono stati investiti da profonde crisi economiche.

Nella Venezia del XVII secolo il segreto della produzione degli specchi era un valore tanto importante che chi ne lo avesse trafugato sarebbe stato condannato a morte. Alcuni operai muranesi vengono infine segretamente chiamati in Francia per avviare una produzione locale di specchi. Da quel momento tantissimi produttori di specchi veneziani lamenteranno perdite economiche di posti di lavoro.

Queste storie (e sono sicuro che si potrebbero trovare decine di esempi simili) mi vengono sempre in mente quando leggo i vari commenti sui casi di sequestro dei siti che facilitano lo scaricamento illegale di contenuti protetti da licenza d’uso e/o diritto d’autore. Il più recente è stato il caso del sequestro del sito LinkStreaming, condotto in combutta con le varie federazioni anti pirateria. Secondo il comunicato delle Fiamme Gialle, «le perdite generate dalla pirateria in Europa nel solo 2009 ammontano per Stati ed imprese del settore a circa 13 miliardi di euro di mancati ricavi … e la perdita di oltre 250mila posti di lavoro nel settore dell’entertainment».

Mi chiedo se non dovremmo anche preoccuparci dei posti di lavoro persi in sudamerica a causa della scoperta della sintesi della gomma, o della scoperta della sintesi dell’indaco o anche dei problemi nati dalla pirateria del segreto industriale della creazione degli specchi. Oppure, magari, non ci dovremmo rallegrare perché alla fine tutti questi “problemi” non hanno fatto altro che migliorare la nostra qualità della vita?


Cosa non mi è piaciuto di Avatar

OK, venerdì pomeriggio e mezz’ora di tempo. Ne approfitto per parlare male di Avatar. No, dai, scherzo… non voglio apparire come quelli che ne parlano male perché è chic. Devo ammettere che nell’ultima mezz’oretta il film è pure divertente. Però prima di arrivare lì devi sorbirti un po’ di cosette che ti fanno un po’ fatto rimpiangere il caro prezzo del biglietto. Sono una persona semplice, per cui farò un mero elenchino.

Se non hai ancora visto il film, girati dall’altra parte o cambia canale. Sei avvertito.

  • le tette di Sigourney Weaver: lei le tette non ce l’ha ma il suo avatar ha due bocce enormi (e rigorosamente coperte da un pudico maglioncino). Ma che senso ha?
  • la noia: il film per tre quarti è noia pura. Due tizi a spasso nel bosco… trallallà. Che poi trombano. Nei momenti peggiori ti devi anche sorbire dei discorsi o delle inutili schermaglie. Che palle. Peccato.
  • la antropomania: non c’è un animale o una pianta del posto (a parte gli alberoni, OK), che assomiglino a qualcosa di terrestre (gli animali hanno tutti 6 zampe). E i Na’vi? Non sono solo incredibilmente antropomorfi ma addirittura sexy! Non ha senso. (ah beh, dici tu: ma hanno 4 dita e la coda! Ah beh.)
  • la musica: questa è davvero la cosa più orribile. Cori, arpe, musiche imponenti e celestiali anche quando un Na’vi sta cagando. Orribile, orribile.
  • il 3D: bello, molto. La prima mezz’ora. Poi sarebbe meglio toglierli, gli occhiali (avete notato che abbassano tantissimo la luminosità? Acquisti un po’ di 3D, ma perdi di luminosità. Tanta). Però il pulviscolo di cenere sembra vero.
  • Il font naif dei sottotitoli: OK, lo ammetto, questo è un problema minore.
  • la noia: ah, questa l’ho già detta.
  • il sangue: chi l’ha visto? Perdi tempo a fare un mondo praticamente perfetto e verosimile, ma durante le battaglie non vola uno schizzo di sangue? Ma per favore.
  • emozioni zero: OK, è un film da ragazzi… ma un pochino speravo davvero di potermi emozionare. Niente, zero.
  • umano, troppo umano: quando “lei” ha gridato incazzata “Mi ero fidata di te!” ho sentito il bisogno di alzarmi ed andarmene. Ma mi sarei perso la battaglia finale.
  • i fantasy hanno rotto i coglioni: ecco, appunto.

La tecnica è impressionante. Non vedo davvero l’ora di vedere un film decente fatto in quel modo, magari un Alien…


Sempre più Google

Ma avete tenuto il conto di tutto quello che Google ha buttato fuori nell’ultimo mese o due? Io ci ho provato, ecco l’elenco:

  • Google Wave; quello che praticamente dovrebbe essere una rivoluzione ma anche no. Quello che «non ho capito a che serve» ma anche «ci ho già fatto un bot». Dopo una primissima fase stitica dove avere un invito era cool, adesso comincia già ad essere di tendenza non esserci. Staremo a vedere.
  • Il linguaggio Go; nasce come uno dei task del famoso 20% del tempo degli ingegneri google. Dicono rimpiazzerà Python in Google perché quest’ultimo è poco scalabile. Per adesso l’unica cosa che dico è che l’installer è poco professionale. Staremo a vedere
  • Con 5$ miseri dollari all’anno adesso puoi aggiungere 20GB alla tua casella di posta GMail o Picasa (no, hard disk virtuali, per adesso)
  • Google Caffeine; dovrebbe essere il nuovo framework dietro il motore di ricerca di Google (avete presente? Quella cosa che Google fa fin dall’inizio). Adesso pare sia pronto. Pronti a piangere sulla caduta del vostro PR?
  • Closure; tutto il codice JavaScript (in forma di libreria con tanto di widget) e tutti gli strumenti per il deploy (come il compiler) che per anni (7, dicono) hanno fornito l’interfaccia dei prodotti più famosi di Google, come Gmail e GDocs adesso sono stati rilasciati con una licenza libera (qui ci sono i motivi per i quali eviterò di provare la libreria)
  • Google Latitude; hanno aggiunto un paio di cosine interessanti, come le notifiche e la cronologia. Io non lo uso, non so esattamente cosa sia. Non mi pare abbia “rivoluzionato” niente.
  • Google Maps Navigation; ha fatto crollare il titolo di Garmin e TomTom di un secco 35%; applicazione gratis su Android e nuove API su Google Maps
  • Google Voice ha aggiunto il supporto ai numeri esistenti.
  • Dai commenti: avevo dimenticao Google Dashboard

Mi sono dimenticato qualcosa?


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