Dichiaro definitivamente morto il Web 2.0

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Qualcuno lo doveva pur fare, e me ne assumo io l’incarico e la responsabilità: da settembre parlare di web 2.0 sarà da considerarsi fuori moda o, addirittura, proprio sbagliato. Dichiariamo una buona volta la fine del periodo “2.0″ e guardiamo avanti.

Il web 2.0 ha determinato un periodo che, semplificando, potremmo fare iniziare dalla fine del 2003, inizio 2004. Inizio del “web sociale”, i primi social network, le folksonomie, la presa di coscienza del significato di ”contenuto generato dagli utenti” (che di per sé è stata la vera “killer application” di questo movimento), gli strumenti fighissimi come Ajax (battezzato ”ufficialmente” un pochino più tardi), Flickr, Gmail, gli effetti specchio, i bottoni e le scritte grandi e plasticose – eccetera.

Ma soprattutto il web 2.0 ha significato una cosa ben precisa: cambiamento, sviluppo, novità.

Tuttora rimane e rimarrà il detto “non sei 2.0″, “la tua azienda non è 2.0″ e via dileggiando, proprio per dire che sei vecchio, che non ti adegui al cambiamento, che usi paradigmi e fraseggio della (very) old economy. Che sei un web matusa.

Ma adesso il cambiamento c’è stato, il cambiamento si deve sedimentare. Il web 2.0 è stata una seconda, grossa adolescenza brufolosa, fatta di esperimenti (quante idee e quanti siti che sono nati e poi dimenticati alla velocità di un doppio click), tentativi di business senza speranze, acquisizioni un po’ alla cieca…, sempre con il fantasma della bolla 2.0 ad esalare fetenti miasmi dietro le spalle dei potenziali investitori.

Errori più o meno grossi che però alla fine hanno fatto il loro mestiere e la faccenda si è un po’ assestata.

Non voglio dire che tutti i giochi siano fatti, ci mancherebbe. Però i trend adesso sono definiti piuttosto bene… chi vuol fare business con il web adesso ha (deve avere!) le idee un po’ più chiare… gli esperti di comunicazione sono più sgamati, conoscono meglio le dinamiche della diffusione dei contenuti a medio o breve termine, i tecnici hanno una pletora di esempi da cui attingere per la progettazione di soluzioni più o meno complesse, senza contare la maturità raggiunta da tanti strumenti che sono diventanti punti di riferimento e non più esperimenti speriamo-che-me-la-cavo per giovani entusiasti (vari framework, librerie, etc.).

Ci sono entità che sono diventate (definitivamente?) dei pilastri ingombranti del web, nel bene o nel male, che piaccia o meno (parlo ovviamente di Facebook e di Twitter); qualsiasi nuova idea, qualsiasi nuova ipotesi, deve farci i conti. I progetti “one man” – un portatile, tanta passione e un po’ di fortuna – non hanno assolutamente più le stesse chance di successo che avevano nel 2005. Forse potranno riaverle, queste chance, ma solo dopo o durante un altro cambio epocale di strumenti (ne parlo nell’ultimo paragrafo).

Non abbiamo più bisogno di scrivere gli importi in LIRE, e dunque non abbiamo più bisogno di scrivere “2.0″ da qualche parte, per far capire cosa intendiamo. Il “web 2.0″ è il web che abbiamo adesso, e non è più “cambiamento”; è qui così, e ci rimarrà per tanto tempo.

Le grosse novità all’orizzonte sono, al momento, squisitamente tecniche (e secondo me gli Web Socket saranno lo strumento che, una volta supportato pienamente, potrà creare davvero un altro movimento “web X”), mentre per quanto riguarda media, business e advertising la sfida è (ripeto: al momento) solo di carattere “adattivo”, per resistere all’onda lunga del web 2.0 e magari diventare sostenibilmente profittevoli.


Google acquisisce Metaweb e Freebase. Dunque?

La domanda è retorica, ovviamente, anche perché una risposta precisa non ce l’ho (nessuno ce  l’ha).

Si è fatto tanto parlare in questi giorni di questa faccenda, ovvero del fatto che Google si sia comprata una delle maggiori e più innovative aziende che fanno business con il famoso, mai troppo compreso web semantico.

Recentemente, per conto di un progettino di cui mi sto occupando, ho cercato di capire un po’ meglio chi siano e cosa fanno questi di Metaweb. Sono rimasto abbastanza impressionato, ma avrei desiderato un qualcosa di più. In questo articolo cercherò di mettere in chiaro quello che ho capito e quali potrebbero essere i risvolti per Google e anche in che modo Freebase e Metaweb possono già essere utili a tutti noi (e lo sono già da un po’, a dire il vero).

Prima di tutto, chi sono e cosa fanno? Freebase e Metaweb sono due entità distinte, accomunate dalle persone che le gestiscono: la prima, che si definisce un social database, offre un enorme repository organizzato e maniacalmente categorizzato di entità (immaginate una entità come fosse “Harry potter” o “Steve Mc Queen” o l’”iPhone4″ o “La regina d’inghilterra”). Al momento sono catalogate 12 milioni di queste entità. Il secondo – Metaweb – cerca di fare business utilizzando come base dati il repository di Freebase implementando, per esempio, algoritmi di correlazione tra queste entità.

Dove sta la “ricchezza” di Freebase? Freebase non è un database qualunque, non è un semplice elenco di robe suddiviso per categorie. Ha diverse caratteristiche molto interessanti e peculiari (oltre alla sue notevoli dimensioni).

  • ogni entità è definita primariamente dal suo tipo (raggruppati poi in domini), come ad esempio “Persona”, “Persona morta”, “Imbarcazione”, “Libro” – si noti che esiste anche il concetto di eredità tra tipologie, in quanto una “Persona morta” è comunque una “Persona” – , e da un set di proprietà o attributi che la definiscono, come “lunghezza”, “numero di posti”, “colore”, eccetera. L’insieme di questi attributi costituisce lo schema di ogni tipo e, come si può, intuire, esistono decine di diversi schemi contenenti le singole precise caratteristiche di ogni entità. In altri termini, lo schema altro non è che l’ontologia del type dell’entità.
  • questa categorizzazione e alimentazione dei dati è fatto sia dal team di Freebase che dalla sua comunità. Un po’ come Wikipedia, chiunque può aggiungere schemi, tipi o alimentare la base dati di schemi di entità già presenti.
  • tutti i dati dentro Freebase sono utilizzabili secondo le licenze Creative Commons (versione 3.0).

Dunque c’è uno sforzo enorme dietro Freebase: uno sforzo concettuale (la creazione degli schemi), uno sforzo manuale (il recupero, l’alimentazione e l’aggiornamento delle basi dati) e un sforzo iniziale derivato dalla costruzione e dalla messa in opera di un meccanismo siffatto che fosse al contempo rigoroso e scalabile. La difficoltà di creare e mantenere un sistema del genere si intuisce anche leggendo le pagine relative al capitolo Challenges del wiki di freebase (vi si accede dalla home page).

L’accesso a questa enorme base dati è permesso attraverso tecniche all’avanguardia: non solo un set di API che ritornano JSON e JSONP, ma anche un vero e proprio linguaggio per l’interrogazione degli stessi, il MQL. E come se non bastasse si sono inventati pure ACRE, un sistema per scrivere direttamente (dal sito stesso, ebbene sì), e ospitare piccole applicazioni verticali che possono sfruttare direttamente l’intera base dati.

Una delle attività più importanti fatta da Freebase all’interno della sua base dati è relativa a:

  • accorgersi che due entità con lo stesso nome siano in effetti due entità distinte (Henry Ford l’industriale e Henry Ford il giocatore di baseball)
  • accorgersi che “presidente del consiglio italiano” e “silvio berlusconi” siano OGGI la stessa entità (per questo si fa uso di un tipo di proprietà che si chiama CVT), oppure risolvere tutti i problemi relativi agli acronimi e nomi simili; nel video introduttivo, sul sito di Metaweb, è il caso del termine Boston.

Tutto molto bello e potente, condito da un sito web moderno ed efficiente (sebbene non intuitivissimo da usare, se non sai esattamente quello che cerchi. Forse un poco ancora troppo “accademico”).

È dunque questo il famoso web semantico? No, affatto. Freebase è solo un maestoso strumento che mi può aiutare a fare applicazioni e siti che – loro sì – potranno creare il web semantico. Il fatto che all’interno dell’entità relativa a Tom Hanks sia presente la sua pagina di Wikipedia e il suo account Twitter non serve a niente, se non ho qualcosa che mi esponga in superficie questa informazione e, soprattutto, la metta in correlazione con altre informazioni (magari di tipo diverso). Fare browsing all’interno della base dati di Freebase è un po’ come fare browsing nel CD di Encarta (passatemi il paragone ai limiti dell’offensivo).

Ci vuole dunque qualcuno che prenda questa informazioni e ci faccia qualcosa di utile.

Questo è il mestiere di Metaweb. Di massima offre i seguenti servizi:

  • consulenze per integrare le ricerche in Freebase all’interno del dominio di informazioni del cliente (es: in una testata giornalistica) o per collegare i “topic” del cliente ai “topic” di Freebase (se il cliente gestisce i film, avrà sicuramente già una propria catalogazione degli stessi, che deve essere mappata sulla catalogazione di Freebase)
  • offrire un sistema di correlazione tra le entità (non ho trovato traccia neanche di esempi, sul sito. Immagino si tratti di tecnologia proprietaria)
  • offre due strumenti utilizzabili da tutti, gratuitamente: un sistema sofisticato di autocomplete ajax sulla base dati Freebase (utile anche per offrire un sistema di tagging molto intelligente), e un plugin per Wordpress (e altre piattaforme di blogging) per inserire dei “flayout” contenenti informazioni addizionali e integrative relativamente a ciò che vogliamo (es: dell’azienda o del personaggio di cui stiamo parlando). I dati vengono prelevati un po’ dappertutto, non solo da Freebase, e sono presenti anche dati molto recenti come le news headlines. Potete provare questo sistema dalla pagina dei topicblock.

Cosa se ne può fare Google, dunque, di questo sistema?

Prima di tutto potrebbe riprendere un po’ di terreno rispetto a Bing, visto che se non ho capito male la Microsoft un paio di anni fa aveva acquistato un’azienda con skill simili (Powerset) e ne sta già usando la tecnologia per fornire risposte più sensate alle query sul suo motore di ricerca.

Poi sappiamo tutti, ormai è lampante, che con la quantità e la tipologia di fonti di informazioni che ci sono oggi, la semplice ricerca testuale non basta più. Occorre investire in strumenti semantici, davvero, che capiscano il contesto e che magari si adattino al mio personale pattern di ricerca. Chissà.

L’importante, ma questo è stato apertamente dichiarato, è che Freebase rimanga free.

Se siete interessati all’argomento, vi consiglio caldamente la visione del simpaticissimo video in home page del sito Metaweb.


La gomma, l’indaco, gli specchi e la pirateria digitale

L’albero della gomma è originario del sudamerica. Per mantenere il monopolio della produzione di tale prezioso elemento fino alla seconda metà del XIX secolo l’esportazione dei semi di tale albero era assolutamente vietata e ferocemente punita. Poi, nel 1876 un tizio – tale lord De Wickam – riuscì a rubare delle piantine dall’amazzonia e piantarle in Malesia e Ceylon (in europa tale pianta non riesce a crescere). Il mercato della gomma non sarebbe più stato lo stesso (almeno fino alla  creazione della gomma sintetica, intorno al 1915). I vari latifondisti brasiliani, sfruttutatori dei popoli indigeni, piansero lacrime amare sulla montagna di soldi e posti di lavoro perduti.

Il colore indaco veniva prodotto anticamente da una pianta di origine indiana (e da alcune specie di molluschi). L’esportazione di tale pianta era assolutamente osteggiata e  severamente punita (anche dall’inghilterra, di cui l’India era colonia) ma alla fine del XIX secolo un chimico – tale K. Heumann – scoprì il sistema per sintetizzarlo artificialmente e vendette il brevetto alla BASF. Tale scopertà rovinò ovviamente moltissimi produttori indiani.

Verso la fine del XIX secolo, insomma, i paesi che avevano il monopolio dei coloranti, della gomma, delle sostanze medicinali, tratti dalla natura sono stati investiti da profonde crisi economiche.

Nella Venezia del XVII secolo il segreto della produzione degli specchi era un valore tanto importante che chi ne lo avesse trafugato sarebbe stato condannato a morte. Alcuni operai muranesi vengono infine segretamente chiamati in Francia per avviare una produzione locale di specchi. Da quel momento tantissimi produttori di specchi veneziani lamenteranno perdite economiche di posti di lavoro.

Queste storie (e sono sicuro che si potrebbero trovare decine di esempi simili) mi vengono sempre in mente quando leggo i vari commenti sui casi di sequestro dei siti che facilitano lo scaricamento illegale di contenuti protetti da licenza d’uso e/o diritto d’autore. Il più recente è stato il caso del sequestro del sito LinkStreaming, condotto in combutta con le varie federazioni anti pirateria. Secondo il comunicato delle Fiamme Gialle, «le perdite generate dalla pirateria in Europa nel solo 2009 ammontano per Stati ed imprese del settore a circa 13 miliardi di euro di mancati ricavi … e la perdita di oltre 250mila posti di lavoro nel settore dell’entertainment».

Mi chiedo se non dovremmo anche preoccuparci dei posti di lavoro persi in sudamerica a causa della scoperta della sintesi della gomma, o della scoperta della sintesi dell’indaco o anche dei problemi nati dalla pirateria del segreto industriale della creazione degli specchi. Oppure, magari, non ci dovremmo rallegrare perché alla fine tutti questi “problemi” non hanno fatto altro che migliorare la nostra qualità della vita?


Montare volumi ext2 e ext3 su OSX

Una delle (tante) cose che mancano a chi per qualsiasi motivo si trova a passare da un Linux a un OSX è la mancanza del supporto a file system diversi da HFS+ e FAT32. Il paradigma è sempre lo stesso di Apple: che tutto funzioni per gli utenti normali, mentre i power user si arrangino. Nel mio caso l’esigenza era quella di far vedere al sistema (anche in sola lettura) un hard disk esterno USB sul quale avevo dei backup fatti da Ubuntu.

Premetto che le operazioni che seguono le ho sperimentate su Snow Leopard (10.6). Non ho idea se e come funzionino le cose su altri OSX.

È molto semplice; servono due cose:

  • MacFUSE, sviluppato da un googler; è un’implementazione del modulo kernel OSX per FUSE e serve come layer di compatibilità tra il kernel (dove normalmente risiedono i driver dei file system) e l’implementazione FUSE di un qualsiasi file system (che a questo punto non necessità di essere sviluppato nativamente a livello kernel).
  • FUSE-ext2; MacFUSE aggiunge solo il supporto generico ai fie system terze parti, ovvero il framework FUSE and that’s it. Serve anche l’implementazione vera e propria del file system, interfacciato al framework. Questo appunto è il mestiere di quest’altro pacchetto

Non so se sono stato particolarmente fortunato, però una volta installati i due pacchetti OSX mi ha automaticamente montato il disco e la partizione ext3 ivi presente. Altrove si parla di procedure di mount da fare a mano…


Un font decente per il terminale di OSX

Non sono esattamente un font freak, ma di sicuro il terminale del mio sistema operativo deve usare un font praticamente perfetto (secondo i miei canoni). In questo contesto, il font di default del terminale di OSX è orribile. Dopo aver scartato tutti i monospace preinstallati, sono tornato al buon vecchio Terminus, lo stesso che uso sui miei GNU/Linux. Pare però che il Terminus “standard” con OSX non vada molto d’accordo.

Ecco come fare (clicca sull’immagine per vedere il risultato finale):

  • da questo post di jeramey si accede al link per scaricare il font in questione, modificato per OSX. Si tratta del TerminusMedium.
  • una volta scaricato si apre con FontBook e lo si installa
  • dai settings del terminale si cambia il font scegliendo Terminus tra All Fonts.
  • scegliete 14pt come dimensione e 1.07 come Character Spacing (a vostro gusto, questo è quello che funziona per me)
  • disattivate l’antialias del testo
  • riavviate il terminale (OSX applica un po’ a caso le modifiche ai font. Se non si riavvia l’applicazione spesso le modifiche non si apprezzano)

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